Cittadini illustri

Ogni paese è degnamente rappresentato dai propri cittadini illustri, in queste pagine proponiamo un elenco (che provvederemo ad aggiornare anche con eventuali segnalazioni) di alcuni dei più importanti personaggi che si sono distinti in vari settori, per qualità umane, artistiche e professionali recando gloria e fama alla nostra cittadina.
Per questo motivo, a loro, sono state intitolate alcune delle principali vie della città.

Arturo Bocchini

ARTURO_BOCCHINI

(fonte: http://www.poliziadistato.it/articolo/1484)

Nasce a San Giorgio alla Montagna (Benevento) nel 1880. Entra nell’Amministrazione dell’Interno nel 1903. E’ nominato prefetto nel 1922 e dirige le prefetture di Brescia, Bologna e Genova. Si dimostra un abile esecutore delle direttive del Capo del Governo mantenendo però lo Stato fuori dall’identificazione col partito fascista.Peraltro lo stesso Mussolini, per prevenire l’invadenza dei gerarchi, in quel periodo fa pervenire un messaggio ai prefetti per ribadire il loro ruolo di autorità provinciali. Il 13 settembre 1926 è nominato Capo della Polizia e per 14 anni riesce a garantire la sicurezza personale di Mussolini. Questo successo gli permette di avere un solido ascendente sul Capo del Governo e di godere di ampia autonomia nella sua funzione istituzionale. Per salvaguardare l’incolumità di Mussolini costituisce la Guardia Presidenziale, composta da 500 uomini della P.S., dei carabinieri e della milizia. Si occupano di presidiare i luoghi dove soggiorna e i suoi spostamenti. Il 6 novembre 1926 è approvato il testo unico delle Leggi di P.S.. L’8 novembre dirama l’ordine di arrestare i deputati comunisti e la sera stessa è arrestato Antonio Gramsci. Il 25 novembre 1926 è emanata la legge che istituisce il tribunale speciale e reintroduce la pena di morte. Per gestire il problema delle opposizioni politiche emana alcune direttive molto restrittive e chiede ai prefetti di non inoltrare denunce al tribunale speciale senza preventivo assenso del ministero dell’Interno. Per realizzare una gestione fortemente centralizzata delle strutture di polizia si circonda di un numero ristretto di funzionari e affida compiti speciali a ispettori generali e regionali che possono operare svincolati gerarchicamente da questori e prefetti. Fautore dell’informazione fiduciaria per sondare gli umori della gente e garantire il controllo al governo, tra il 1926 e il 1927 istituisce a Milano il primo ufficio speciale di investigazione politica dotato di autonomia gerarchica e risorse fiduciarie. Nel 1930 l’ufficio assume il nome di Ovra, acronimo di Organismo Vigilanza Repressione Antifascismo. L’Ovra spesso compie dei veri e propri sondaggi che permettono al governo di rilevare l’opinione pubblica, come accade ad esempio all’indomani delle leggi razziali. In questa circostanza il Capo della Polizia è informato che specie nell’ambiente cattolico sono aspramente disapprovate le misure discriminatorie, sia per motivazioni morali sia perché sono considerate un cedimento nei confronti delle pressioni della Germania nazista. Informato dai fiduciari dell’Ovra che alcuni prefetti e funzionari di PS non mostrano zelo nella campagna contro gli ebrei, non assume atteggiamenti persecutori nei loro confronti. L’applicazione delle leggi razziali incontra forti ostacoli anche all’interno delle forze di polizia perché ferisce la coscienza e i sentimenti religiosi. I poliziotti infatti si sentono umiliati dal dover perseguire gente che conduce una vita onesta e laboriosa. Le forme di resistenza morale trovano il loro esempio più famoso nel caso di Giovanni Palatucci, responsabile dell’ufficio stranieri di Fiume dove è presente una grande comunità ebraica. Si rifiuta infatti di essere strumento delle leggi razziali e aiuta migliaia di ebrei a fuggire da Fiume. Anche dopo che la città diventa territorio tedesco, con stratagemmi coraggiosi ed efficaci continua l’opera di aiuto ai “fratelli ebrei” per sfuggire alle retate della polizia tedesca. Paga la sua opera con la deportazione a Dachau dove muore. Il popolo di Israele ne onorerà la memoria proclamandolo “Giusto tra le nazioni”. Bocchini si guadagna la simpatia di Himmler ma non gli concede di instaurare in Italia una rete fiduciaria al servizio del Terzo Reich per indagare sui comportamenti dei cittadini tedeschi residenti in Italia. E’ nettamente contrario all’entrata in guerra ma non è ascoltato da Mussolini, nonostante gli avesse presentato un rapporto fiduciario dell’Ovra dove risultava che nell’esercito e nel Paese gli umori erano contrari alla guerra. Anche il ministro Ciano annota questo fatto nel suo diario. In quegli anni deve accusare un grande insuccesso con il caso Girolimoni. Delle bambine sono uccise dopo violenze sessuali e per fornire velocemente un colpevole all’opinione pubblica è arrestato Ciro Girolimoni che, in seguito ad indagini più approfondite, sarà assolto. Anche dopo la sua nomina a Capo della Polizia, avvenuta durante il fascismo, sostanzialmente non fu mai uomo di partito anche se ovviamente dovette destreggiarsi nelle logiche del regime. Muore il 20 novembre 1940 quando è ancora in servizio.

Nicola Nisco

Nisco(fonte: DIZIONARIO BIO-BIBLIOGRAFICO DEL SANNIO” – di Alfredo Zazo – edizioni Fausto Fiorentino – Napoli – 1973, in http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Personaggi/Nisco.htm#nicola)

(S. Agnese, frazione di S. Giorgio del Sannio il 29 settembre 1816 – 25 agosto 1901). Dal padre Giacomo ereditò “carattere fiero e indipendente” e dotato di vivace intelligenza, frequentati in Napoli i corsi universitari di giurisprudenza (1838), mostrò predilezione per gli studi storici ed economici. Alcune sue giovanili Osservazioni sopra il presente stato della gente beneventana (Napoli, 1839) con le quali deplorò le misere condizioni in cui versava quel possesso pontificio privo di industrie e di commercio, vennero particolarmente segnalate dal Delegato Apostolico Gioacchino Pecci, il futuro papa Leone XIII, al segretario di Stato cardinal Lambruschini il quale le ritenne di ispirazione del ministro di Polizia Del Carretto che trattava per ordine del suo re Ferdinando II Borbone, la cessione di Benevento al Regno di Napoli. E’ certo che il Nisco il quale “si esercitava in qualità di apprendista presso il Ministero degli Affari Esteri napoletano” ed era guardia di onore del Re, non dimostrò allora palese avversione al regime borbonico e sulle sue mutate opinioni dovette influire l’amicizia che lo legò al Tofano, a Pasquale Stanislao Mancini e sopra tutto a Carlo Poerio che fu poi suo compagno di catena. Con l’esaltazione al pontificato di Pio IX e con l’ondata di entusiasmo che suscitarono le sue prime riforme, il Nisco si fece promotore di manifestazioni liberali (novembre e dicembre 1847) e arditamente esortò Ferdinando II a concedere la Costituzione. Scampò, pertanto, più volte all’arresto, anche per intercessione della sua energica e affettuosa consorte, Adele de Stedingk di nobile famiglia bavarese. Concessa la Costituzione (29 gennaio 1848), il Nisco collaborò al coraggioso periodico “Il Nazionale” fondato da Silvio Spaventa e si fece sostenitore della partecipazione napoletana alla prima guerra d’Indipendenza. Gli avvenimenti del 15 maggio 1848 non lo disanimarono e tentò un’estrema difesa della conculcata libertà progettando una spedizione armata su Napoli. Venuto meno il tentativo, con sicuro ardimento pubblicava sul giornale “l’Unione” la sua professione di fede: sovranità del popolo e indipendenza italiana. Due giorni dopo, il 13 novembre, era arrestato e rinchiuso nelle prigioni napoletane della Vicaria. La sconfitta di Novara poneva termine alla prima guerra d’Indipendenza e disperdeva le speranze dei liberali, ma fin dal 12 marzo Ferdinando II aveva sciolto il Parlamento, iniziando l’ultima sua dura reazione. Dopo 18 mesi di prigionia, il Nisco comparve dinanzi alla Gran Corte Criminale di Napoli (l° giugno 1850) fra i rei del famoso processo dell’Unità italiana. La causa che non mancò di suscitare anche l’attenzione di paesi stranieri, ebbe dopo otto mesi (31 gennaio 1851) il suo epilogo. La sentenza letta agli imputati il giorno seguente, condannava il Nisco a tret’anni di ferri. Appaiato con la pesante catena a quattro maglie a un condannato, Gaetano Errichiello, fu inviato nelle carceri di Nisida, in quelle di Ischia e infine nelle orribili segrete di Montefusco, sogetto con i suoi compagni a continue sofferenze fisiche e morali. Il 28 maggio 1855, dopo il clamore sucitato in Europa dalle “Lettere a Lord Aberdeen” pubblicate dall’eminente statista Gladstone sul trattamento usato ai detenuti politici, questi fra essi il Nisco, furono in parte trasferiti nel castello di Montesarchio dove le loro sofferenze furono in parte mitigate. La preoccupante situazione politica dopo gli accordi di Plombiéres, indussero Ferdinando II a una meditata concessione di grazia: l’invio in esilio, negli Stati Uniti d’America, dei condannati politici. Il Nisco che aveva chiesto di essere inviato in Baviera, nell’attesa del beneplacito di quel governo, rimase chiuso nelle carceri di Avellino. Ma quel Governo non volle saperne di un esule cosi pericoloso e il Nisco fu allora inviato a Malta (10maggio 1859). Nel luglio seguente nella libera Firenze incontrò molti esuli napoletani e fra essi il Poerio, Silvio Spaventa, il Settembrini, Enrico Pessina, collaborò al periodico “La Nazione” diretto da Alessandro d’Ancona.Scrisse in questo periodo, La moneta e il credito (Firenze, Le Monnier, 1859) e nominato dal Ricasoli professore di Economia politica in quel Real Istituto di perfezionamento, pubblicò la Prolusione al suo corso (Firenze, Le Monnier, 1859) e in seguito I Banchi di deposito e di sconto nell’interesse delle classi laboriose (Firenze, Guarrera, 1860). Dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, il Cavour si avvalse della sua attività per affrettare la fine della monarchia borbonica e venuto a Napoli, il Nisco strinse rapporti con l’ambasciatore sardo marchese di Villamarina, con l’ammiraglio Persano e col ministro borbonico Liborio Romano. Fu per suggerimento del Nisco che lo zio del Re, Leopoldo conte di Siracusa scrisse la nota lettera a Francesco II Borbone invitandolo a rinunziare al trono perché l’unità d’Italia potesse avere compimento. L’operosità politica del Nisco in questo cruciale periodo fu quanto mai intensa e riuscì fra l’altro a far guadagnare alla causa nazionale la flotta napoletana che rimase ancorata nel porto di Napoli quando Francesco II il 6 settembre 1860 si imbarcò per salvare in Gaeta con un raggio di gloria militare la sua caduta. Chiamato a dirigere il dicastero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, il Nisco fu poi deputato (7 aprile 1861) e collaborò col Cavour al progetto di riforma del credito bancario nel Mezzogiorno d’Italia. Nel 1866 ebbe la direzione del Banco di Napoli nella sede di Firenze, ufficio che non tenne a lungo per discordi vedute con quella Direzione generale. A Roma, divenuta capitale d’Italia, continuò la sua attiva opera parlamentare che contò quattro legislature (VIII-XI). Con la caduta del Ministero Minghetti, e l’avvento del Trasformismo, egli si ritirò dalla vita politica per dedicarsi ai suoi studi prediletti. Per volere di Umberto I, scrisse in sei volumi la Storia civile del Regno d’Italia dal 1848 al 1870 (Napoli, Morano, 1885-1892). Tra il 1884 e il 1887 si dedicò a scrivere le vicende dei regni di Francesco I Borbone (Napoli, Morano, 1888), di Ferdinando II (Id. Id. 1884) e di Francesco II (Id. id., 1887), vicende ristampate col titolo Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860 (5 ed., Napoli, Lanciano e Veraldi, 1908). Nel 1893 aveva ricordato Il generale Cialdini e i suoi tempi (Napoli, Morano, 1893) e precedentemente e dopo, vari furono i suoi saggi di argomento economico e finanziario.

Tommaso Rossi

(fonte: Tommaso Rossi, ecco il Vico cattolico di Francesco Tomatis Avvenire, 2007 in http://www.lavocedifiore.org/SPIP/index.php3)

Contemporaneo e amico di Giambattista Vico, che di lui scrisse d’esser degno «non già di Montefuscolo, ma della più famosa Università dell’Europa», Tommaso Rossi fu ed è tuttora un filosofo poco noto del Settecento, il quale riallacciandosi a Platone, mediato dal neoplatonismo rinascimentale italiano di Ficino e Pico della Mirandola, ma anche attingendo alle opere del catalano Lullo, svolge nei suoi lavori un’interessante critica alle filosofie atomistiche e dualistiche – Epicuro, Lucrezio e Cartesio in particolare -, persino a Locke e Spinoza, elaborando una filosofia dell’incarnazione cristiana, in cui l’uomo è centro armonizzatore del mondo spirituale e di quello materiale. Nato a San Giorgio la Montagna, nel Sannio, sul finire dell’anno 1673, dopo diversi anni di studi teologici e giuridici a Napoli venne ordinato prete a Benevento, nel 1697, dall’allora arcivescovo Vincenzo Maria Orsini, poi eletto papa Benedetto XIII nel 1724. E quello con il cardinale Orsini, oltre che successivamente con il Vico, fu un rapporto duraturo e stimolante per Tommaso Rossi. Lunga e lenta fu la sua formazione filosofica, coltivata parallelamente all’attività pastorale svolta con umiltà e dedizione, proprio nel senso dell’incarnazione cristiana e del sacrificio divino e umano che sarà al centro della sua prima indagine scritta, dedicata alle Considerazioni di alcuni misterj divini raccolte in tre dialoghi, del 1724. Gli studi universitari a Napoli si concluderanno infine solo nel 1730, anno in cui aveva già terminato la seconda delle sue opere pervenuteci, fatta leggere direttamente in manoscritto al Vico, Dell’animo dell’uomo, incentrata sulla confutazione della critica di Lucrezio alla concezione dell’immortalità dell’anima umana, pubblicata nel 1736. A queste opere va poi aggiunta l’ultima, Della Mente sovrana del mondo, uscita nel 1743, in cui è compresa anche un’acuta critica a Locke e Spinoza. A quasi cent’anni di distanza dall’ultima di una delle rare edizioni di alcuni di questi scritti di Tommaso Rossi, a cura di Angelomichele De Spirito viene intelligentemente colmata la lacuna, con un volume che raccoglie tutte e tre le opere rimasteci del filosofo campano, corredato da un ampio saggio introduttivo del curatore. Nell’approfondimento di tutta la sua opera filosofica appare rilevante non solo l’originalità di una riproposizione del pensiero neoplatonico in età moderna, quanto soprattutto la sua capacità di dare una penetrante interpretazione filosofica del mistero dell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo.